|
Non so quanto il mio intervento possa essere utile perché io mi occupo di organizzazione, insegno Teoria dell’organizzazione e da diversi anni tento di esplorare la dimensione organizzativa nella scuola dove mi scontro sistematicamente con tutta una serie di pregiudizi che riguardano proprio il concetto stesso di organizzazione. Un concetto che, attraverso di cortocircuiti logici, richiama immediatamente l’idea dell’efficienza, della strutturazione e della proceduralizzazione. In realtà quando io parlo di organizzazione mi piace presentare l’organizzazione come il modo tipicamente umano per affrontare la complessità, evitando di sprecare le scarse risorse di cui possiamo disporre e utilizzo fondamentalmente due criteri generali per definire ed applicare un approccio organizzativo che consiste fondamentalmente, di fronte alla difficoltà dei problemi, nell’operare una delimitazione del campo e, all’interno del campo delimitato, tento di costruire una scala di priorità delle cose da affrontare. Parto cioè dal presupposto che non è possibile fare tutto e, anche tra le cose che è possibile fare, occorre stabilire una gerarchia. Ecco, questo modo di ragionare e di affrontare i problemi incontra una straordinaria resistenza nella scuola nella quale credo che ci sia invece proprio la tendenza a dilatare sistematicamente il campo d’azione e una straordinaria tendenza a considerare che tutto è importante e che quindi nulla è possibile. Anche oggi, qui, parlando con della necessità di ridefinire la professione del docente, pensando alla retorica che continua ad ammantare questa figura professionale, la proposta di un approccio che invece tenta di mettere in pratica alcuni criteri temo che sia impopolare, temo che sia inutilizzabile di fatto. In ogni caso questa è un’occasione di dibattito. Proviamo a vedere quali possono essere le indicazioni operative che possono venir fuori da una applicazione di questo approccio alla definizione della figura professionale del docente. Io credo che quale che siano le scelte di contenuto che si possono fare, esse devono rispondere a tre requisiti fondamentali. Il primo requisito è la specificità. Cosa vuol dire specificità? Specificità significa che il profilo professionale dovrebbe essere definito in termini di tracciamento di confini, in modo tale da rendere la figura del docente, dell’insegnante, riconoscibile e distinguibile da tutte le altre figure professionali. Questo criterio è importante perché mi porta a dire che non mi piacciono, per esempio, dal punto di vista concettuale, tutte le interpretazioni e le proposte che continuano a comparire periodicamente sulla stampa da tutta una serie di maîtres à penser molto importanti (per esempio a Umberto Galimberti).Tutte le volte che la scuola va al "disonore delle cronache" (la scuola va sulle gazzette soltanto per fare scandalo e non per dare notizia delle cose che funzionano): e i maîtres à penser parlano della scuola e degli insegnanti viene fuori sempre che l’insegnante deve essere una persona caratterizzata da una straordinaria umanità, da una straordinaria capacità di mettersi in sintonia con gli altri, da una straordinaria sensibilità. Certo che deve essere così, ma queste non sono caratteristiche distintive dell’insegnante, questi sono requisiti pre-professionali che devono caratterizzare il comportamento e il mestiere di chiunque abbia a che fare con delle persone. Se i requisiti professionali di un insegnante dovessero essere questi, in termini di specificità, che cosa distinguerebbe un insegnante da un assistente domiciliare agli anziani? Anzi io potrei dire che per assistere un anziano ci vuole molta più disponibilità, molta più sensibilità, molta più pazienza, molta più capacità di ascolto, molta più umanità che insegnare a dei bambini, solo che per gli anziani non ci si preoccupa più di tanto perché sono considerati come una sorta di investimento a perdere. D’altra parte questa è l’immagine professionale degli insegnanti che viene rimandata sui media. Avete presenti alcuni film che parlano di scuola? Ecco, io credo che l’attore Silvio Orlando dovrebbe essere diffidato dal continuare a interpretare parti di insegnante nei film. Perché? Pensate al film "La scuola" di Lucchetti e a quello che è stato trasmesso di recente in televisione "Auguri professore". Che figura professionale impersona questo attore? È un insegnante che innanzitutto non crede nella sua competenza distintiva, ha delle competenze disciplinari, sa delle cose ma crede che non servano assolutamente a niente, si fa carico in realtà di salvare i ragazzi dal mondo assumendosi quindi un compito assolutamente immane e, naturalmente, è un perdente perché tutti i suoi sforzi inevitabilmente non portano da nessuna parte e alla fine i suoi ragazzi, quelli ai quali lui tiene tanto, si suicidano, muoiono, si disperdono. E lui, impegnato in questo sforzo, generoso ma assolutamente inutile, rinuncia alla propria vita, non riesce ad accorgersi di quello che gli accade: è l’immagine di una persona che titanicamente si pone problemi improponibili ad un essere umano, soccombe di fronte a questo, e non riesce a risolvere né i problemi del mondo né a costruirsi una propria vita. Se l’insegnante deve essere una figura di questo genere è meglio evitare di fare l’insegnante perché significa essere votati alla sconfitta e a rinunciare completamente a se stesso. Io credo che si debba, in termini di chiarezza, dare una definizione assolutamente chiara, decisa, riconoscibile, professabile, ricordando che "professionalità" viene da profiteo, che significa "dichiaro chi sono", dichiaro per chi voglio essere riconosciuto, per chi voglio essere distinto da chiunque altro. La mia definizione chiara, secca, sintetica è che l’insegnante è un "tecnico dell’insegnamento disciplinare". Ora però questo tipo di precisazione ha bisogno di essere esplicitata. Una persona in crescita cresce utilizzando l’apporto, il contributo di un’infinità di soggetti, e speriamo che sia sempre così, che la società sia sempre pluralistica e che quindi ci sia la possibilità di crescere utilizzando l’apporto di più contributi da parte di diversi soggetti. Ciascun soggetto deve contribuire in modo specifico e cioè non sostituibile. Vorrei pregarvi di notare che dal punto di vista concettuale "specificità" significa "non sostituibilità". Tanti contribuiscono a far crescere i ragazzi, ma il modo specifico, peculiare, non sostituibile con il quale un insegnante aiuta una persona a crescere è che lo metta in condizioni di apprendere degli alfabeti e delle conoscenze disciplinari strutturate, perché solo questo è ciò che contraddistingue un insegnante da un assistente sociale, da un parente, da una zia, da un poliziotto, da un medico, da un sacerdote ecc…Un insegnante certo farà mille cose ma le farà essendo fungibile con altri. Una sola cosa farà senza poter essere sostituito da nessun altro. Dunque nel momento in cui io devo definire un profilo professionale che mi consenta di riconoscere chi fa un mestiere rispetto ad un altro, certamente non escluderò mille altri elementi di concordanza e di condivisione con altre professioni, ma non posso rinunciare però all’elemento distintivo che mi consente di dire: "Questo è un insegnante; questo è uno che fa un altro mestiere". Allora, "tecnico dell’insegnamento disciplinare", non è colui che ripete sempre le stesse cose, ma colui che consapevole che il suo sia un contributo che deve contare nel complesso di crescita di una persona, fa della sua competenza disciplinare un terreno di continua investigazione, di continua esplorazione nel tentativo di dare risposte sempre nuove alle stesse tre domande: che cosa è importante insegnare? Perché è importante insegnarlo? Come è possibile trasformare l’insegnamento in apprendimento efficace? Se si sottopone il contenuto disciplinare a domande di questo genere, credo che ci sia il rischio di essere accusati di essere dei tecnicisti freddi, aridi ecc… Ma ciò significa che le discipline che si insegnano, le si insegnano perché si è convinti del loro valore formativo che va al di là del mero dato disciplinare, che è capace di spingere le persone che hanno appreso verso territori formativi molto più ampi. La legalità non si insegna parlando di legalità, ma si può insegnare anche con le frazioni e spiegando che esse servono a dividere equamente una cosa. Allora in questo senso io penso che tutti gli aspetti della vita e del processo di crescita di una persona dovrebbero certamente essere affrontati da un insegnante, ma attraverso una chiave di lettura sua distintiva che è la competenza disciplinare. Non abbiamo tempo di dilungarci più di tanto ma vedremo se su questa cosa si scateneranno dei fulmini oppure no.
Il secondo requisito che credo assolutamente importante sono delle regole operative. Non so come debba essere fatto un codice deontologico, però credo che non possa bastare un profilo professionale che si limiti ad enunciare dei valori di carattere generale che non si traducano in comportamenti e prestazioni concrete che siano progettabili, riscontrabili, apprezzabili e sanzionabili. Credo che la costruzione di un profilo professionale vada di pari passo con la costruzione di un meccanismo che serva a rinforzarlo attraverso sanzioni. Un codice professionale, e un codice deontologico sono caratterizzati dalla forte prescrittività, che presuppone evidentemente un’adesione, un rispetto, adesione e rispetto che devono essere rinforzati. Non basta aderire idealmente, è necessario un meccanismo sanzionatorio a rinforzo. Quindi il discorso della costruzione di strumenti che servono a rilevare, apprezzare e sanzionare il merito professionale, là dove esso consiste nel rispetto delle regole stabilite dal codice o dal profilo. Se le regole non sono regole operative come faccio a capire se sono state rispettate o no?. Se il codice deontologico viene espresso in regole del tipo: "rispettare i diritti del bambino", come faccio a capire se sono stati rispettate o no? Penso che l’etica sia una cosa importantissima, ma che abbia bisogno di una traduzione in termini di comportamenti operativi. Quindi operatività. Non ci si può limitare a esplicitazioni di valori e dichiarazioni mai verificate ma devono tradursi in comportamenti operativi. Terzo requisito, e che per me è particolarmente importante, è che ci sia un codice deontologico e un profilo professionale. Credo che il codice deontologico dovrebbe essere l’etica, e il profilo professionale dovrebbe essere l’etichetta (se posso usare una espressione di questo tipo della quale correttezza non sono affatto sicuro), vale a dire un livello di dichiarazione generale valoriale e un livello di prescrittività operativa e concreta. Il terzo requisito è quello della funzionalità rispetto ad un modello di scuola. Credo che un codice deontologico e un profilo professionale non debbano essere il risultato di un esercizio puramente etico od estetico, ma devono essere degli strumenti che servono ad avviare o consolidare l’attuazione di un modello di scuola, e quindi devono essere utilizzati come strumenti di sviluppo organizzativo dando agli insegnanti delle indicazioni prescrittive su quali comportamenti, su quali prescrizioni mettere in atto per realizzare un modello di scuola che sia in grado di erogare ai propri destinatari, ai propri fruitori dei servizi che a loro servono. Ed allora, parlando di un modello di scuola significa immaginare l’insegnante non come un libero professionista, il quale liberamente da solo intrattiene dei rapporti contrattuali più o meno negoziati con dei soggetti, ma come una persona che opera all’interno di un apparato organizzato, che lavora insieme ad altri insegnanti con i quali concorre a progettare dei percorsi formativi che vengono offerti come servizio complessivo a dei soggetti in crescita che vengono per usufruirne. Allora è importante esplicitare quale modello immagino che debba assumere per questo apparato organizzato, in modo da poter costruire un profilo che serva a rinforzare quel modello. Il problema della scuola dal punto di vista organizzativo è che fino ad ora il modello organizzativo che la scuola è costretta a mettere in atto è il risultato casuale di tutta una serie di scelte importanti e vincolanti prese altrove e con logiche completamente diverse. Per esempio la scuola funziona in base ai vincoli che derivano dal contratto di lavoro, ma esso non viene fatto pensando a come dovrà funzionare la scuola, viene fatto immaginando che ci sono dei diritti dei lavoratori da salvaguardare, importantissimi certo, ma poi la scuola si trova a funzionare con quei vincoli. Le risorse su cui può contare una scuola non vengono commisurate a quelle che sono le necessità e le esigenze funzionali ma sono il risultato delle compatibilità a livello nazionale, in sede di legge finanziaria. Provate a pensare alla riforma degli organi collegiali, che è un’occasione importantissima, anche se secondo me è molto discutibile perché ci sono tutta una serie di feticci e di miti che dovrebbero essere rielaborati, perché devono servire a rendere possibile la democrazia nella scuola. Credo ci dovrebbe essere un momento in cui si riprenda in mano la parola "democrazia", si smetta di fare finta di essere tutti d’accordo su che cosa vuol dire e la si definisca ancora una volta in comportamenti operativi. Chiunque faccia l’insegnante sa benissimo che quello che si è attuato nei collegi dei docenti non è affatto una democrazia, è la caricatura della democrazia, o, quella che si attua negli organi collegiali, è proprio una sorta di rappresentazione che può essere assimilata a tanti fenomeni ma certamente non alla democrazia. Ma in ogni caso, anche posto che questo sia un problema importante, e certamente lo è, prima occorre definire gli organi collegiali secondo dei criteri stabilendo che tutti devono essere rappresentati ecc… dopodiché questi verranno calati su una scuola, e la scuola deve funzionare sulla base di quei vincoli. Il rischio è, ancora una volta, che si costruiscano profili professionali "a prescindere" e che le scuole si trovino a funzionare ancora una volta cercando di destreggiarsi all’interno degli ennesimi vincoli che verranno da queste scelte, ancora divergenti, ancora improntate a logiche proprie che non tengono in minima considerazione il problema della funzionalità delle scuole. Ora provo ad indicare cosa intendo io per modello di scuola partendo da un dato che è l’autonomia. Le scuole con la normativa recente sono diventate autonome, è stata riconosciuta loro formalmente una capacità di progettare, hanno avuto la sanzione formale. Qual è l’effetto importante del riconoscimento formale dell’autonomia? È il fatto che alle scuole viene riconosciuta una identità come soggetti unitari i quali sono chiamati a formulare delle scelte di priorità formative sulle quali progettare o coprogettare il servizio che viene offerto attraverso il piano dell’offerta formativa ai propri interlocutori. Io tendo a mettere in evidenza un connotato che in genere viene trascurato da quasi tutti. L’autonomia conferisce alle unità scolastiche il ruolo di soggetti politici che, attraverso una decisionalità propria, hanno la possibilità e il dovere di formulare delle scelte che di fatto concorrono ad indirizzare in un modo piuttosto che in un altro lo sviluppo di un certo territorio. Insegnare o non insegnare una certa cosa significa contribuire per una parte di competenza molto specifica ad indirizzare, a orientare in un certo modo lo sviluppo di un certo territorio e significa inserire le scuole a pieno titolo, e in prima persona, da protagoniste nel gioco politico che è messo in atto da tutta una serie di altri attori che sul territorio concorrono, ciascuno per loro parte di competenza, a elaborare la politica scolastica locale: gli assessorati degli enti locali alla pubblica istruzione, le altre scuole, le imprese, le associazioni sindacali, il mondo del lavoro, le strutture sanitarie, le strutture giudiziarie, tanti soggetti ciascuno dei quali è interessato e di fatto compie, mette in atto dei contributi che servono a costruire una politica scolastica locale. Con l’autonomia le scuole entrano come attori a pieno titolo in questo gioco politico di costruzione. Le reti interistituzionali, che sono la nuova frontiera dell’azione scolastica, sono la struttura complessa e articolata che consente di affrontare la complessità scolastica attraverso contributi di più soggetti. Ciascuno, per la propria parte di competenza, presidia questa area così importante che è quella dei processi formativi sul territorio. L’autonomia consegna questo ruolo alle scuole, il ruolo di intervenire in prima persona. La scuola ha la possibilità di muoversi come un soggetto unitario e quindi di svolgere un ruolo politico significativo nella misura in cui, all’interno, gli insegnanti e tutti gli operatori scolastici sono disposti a collaborare alla costruzione di scelte unitarie da offrire agli altri interlocutori e con le quali entrare nel gioco politico. Quindi l’autonomia richiede come assolutamente indispensabile lo sviluppo di una dimensione collettiva. Credo che vada detto in maniera assolutamente esplicita e chiara che se si vuole l’autonomia (chi non la vuole legge con un approccio dietrologico tutta una serie di ostacoli, di remore, di lentezze come bastoni messi tra le ruote e cerca di non far avanzare il processo) e la si vuole sinceramente, bisogna rendersi conto, dichiarare e far accettare da tutti che l’autonomia è del tutto incompatibile con il permanere di derive individualistiche all’interno della scuola. Proprio perché è attraverso lo sviluppo di un’azione collettiva che si può elaborare un’offerta formativa che possa essere unitaria e che possa diventare il contributo della scuola al processo di sviluppo di un certo territorio. C’è questa discriminante fondamentale per cui l’insegnante nella scuola dell’autonomia, deve essere uno che all’interno del suo profilo professionale ha scritto a chiare lettere che deve essere disposto e capace di lavorare insieme con i suoi colleghi; quante volte mi sono sentito dire dai capi di istituto: "è uno che non vuol lavorare coi colleghi però è tanto bravo"; nella scuola dell’autonomia l’insegnante che non vuol lavorare coi colleghi non è bravo. Mi pare un elemento fondamentale. Se nel codice deontologico o nel profilo professionale non ci sarà scritta in maniera chiara esplicita questa prescrizione, sarà o l’ennesima occasione persa per rinforzare lo sviluppo dell’autonomia o addirittura un ostacolo alla realizzazione di essa. Perché io ho avuto modo di criticare in maniera molto netta il famoso, famigerato concorsone dell’anno scorso? Perché non si può, in realtà, fare niente senza avere un modello. Tutte le volte che noi formuliamo delle scelte, che ci esprimiamo e abbiamo in testa un modello, credo che sia importante rendersi conto che qualunque codice, qualunque prescrizione in realtà risponde ad un modello, ed allora credo che sarebbe importante pretendere che chi fa delle proposte di questo tipo espliciti qual è il modello di scuola che ha in testa. Non fidatevi dei codici deontologici e dei profili professionali che sono appiccicati nel firmamento, perché se sono così non servono a niente. Se sono calati nella realtà pretendete che chi lo propone dichiari che tipo di scuola ha in mente perché altrimenti il gioco è un gioco sterile. , Criticavo il concorsone? Perché lì c’era un modello implicito forte, non esplicitato ma immediatamente riconoscibile. Ricordate il meccanismo? Quale era il modello implicito, qual era il messaggio forte che quel tipo di strumento di valutazione degli insegnanti veicolava? Si doveva correre da soli contro i colleghi valutati da soggetti esterni ed allora era uno straordinario e formidabile veicolo di rinforzo della cultura individualistica, perché nel momento in cui un insegnante fosse andato da un collega a chiedergli di lavorare collettivamente e di impegnarsi quest’ultimo, legittimamente, avrebbe potuto dire: "scusa, ma non è in base a questo che mi premiano, è in base a un’altra cosa, quindi che senso ha!". Non solo, c’era anche l’altro fatto importante: gli insegnanti erano premiati in base a quello che sapevano, e non in base a quello che sapevano fare o erano disposti a fare. Allora l’idea di un insegnante che è una specie di figurina, una specie di icona non collocata in un contesto e dalla quale non ci si aspetta un "fare" ma è sufficiente un "sapere", dando per scontato che se c’è un sapere ci sarà poi un fare. Non basta affatto sapere per sapere insegnare, eppure quel concorso veicolava esattamente quella cosa. Ho sentito poi dire da chi ha proposto quel concorso: "è andato male perché i tempi non erano maturi". Ma per cose di questo genere mi auguro che i tempi non siano mai maturi, i tempi dovranno essere maturi per meccanismi di valutazione delle capacità professionali che siano altrettanti strumenti di sviluppo organizzativo, cioè di sviluppo di un certo modello, anche perché qualunque prescrizione, qualunque meccanismo di valutazione è comunque a rinforzo di un modello. Non è possibile che non ci sia un modello. Quanto più il modello è implicito e non dichiarato tanto peggio è, perché è un’operazione non chiara dal punto di vista intellettuale. Se invece il modello è chiaro allora io posso anche valutare la professionalità del profilo che vado costruendo rispetto al modello, posso discuterlo, posso contrattarlo, posso battagliarci, posso anche oppormi ma il gioco è chiaro. Se invece non c’è il modello il gioco è un gioco sotterraneo, è un gioco difficilmente gestibile. Il sindacato ha la sua bella responsabilità nel non aver affrontato in maniera esplicita queste cose. Credo che i codici deontologici e i profili professionali che potranno venire fuori, perlomeno a breve, saranno ispirati a dichiarazioni valoriali importanti ma generali, non ci saranno delle indicazioni modellistiche precise. L’autonomia richiede la dimensione collettiva, e questa significa due cose fondamentali: primo, valorizzazione del concetto di collega; lavorare insieme non significa trovarsi tra amici che sono legati da sintonie socio-affettive; lavorare insieme significa essere capace di lavorare anche con quella persona che non ti piace ma che è portatrice di una competenza complementare rispetto alla tua, rispetto ad un compito unitario. Allora lavorare insieme non vuol dire andare a cercare amici ma vuol dire avere la capacità di rispettare e "utilizzare" colleghi e offrirsi come colleghi agli altri. L’altro elemento fondamentale e qui probabilmente qualcuno salterà sulla sedia, soprattutto in ambienti sindacali, è la legittimazione dei ruoli di coordinamento. Senza nessun meccanismo di coordinamento non si dà azione collettiva. La scuola è l’unico luogo al mondo nel quale si pensa che sia possibile mettere in atto relazioni collettive a prescindere dal coordinamento, ma sapete perché? Perché ancora una volta l’azione collettiva viene interpretata soltanto in termini di presa di decisioni in gruppo, la scuola muore di collegialità, muore di decisioni prese tutti assieme in momenti di gruppo che non vengono seguiti dal necessario lavoro di squadra. I singoli lavorano da soli ma per mettere in atto le decisioni che sono state prese in gruppo. Nella scuola si può fare a meno di meccanismi di coordinamento e di ruoli di coordinamento proprio perché in realtà il permanere delle derive individualistiche che, dicevo prima, suggeriscono a ogni momento che non c’è un compito comune da portare a casa ma ognuno ha dei compiti individuali per cui non c’è bisogno di coordinarsi. Ne deriva che i piani dell’offerta formativa sono la raccolta delle singole proposte individuali e non un’offerta di un servizio integrato ai propri interlocutori. Se io metto mano ad un problema così importante come quello della definizione dei confini etici e operativi del mestiere dell’insegnante e devo stare attento a quale prospettiva questo è diretto, quale modello di scuola veicola, mi va bene che uno dica: "non voglio la scuola dell’autonomia, per me la scuola è un luogo dove ci sono dei singoli operatori che professionalmente devono svolgere delle prestazioni ciascuna delle quali deve essere perfetta in sé, poi ci pensino gli studenti a trovare le integrazioni", ecc. Anche questo va bene, non perché sia d’accordo, ma perché è una proposta chiara. Sarebbe però molto problematico e molto discutibile se qualcuno credesse alla scuola dell’autonomia, volesse davvero marciare nella direzione dell’autonomia e non si rendesse conto che costruendo dei profili professionali incongrui ostacola il processo di sviluppo e di attuazione di quell’idea che invece tutto sommato gli piacerebbe. Credo che il problema sia quello della chiarezza, quindi che il terzo requisito che ho detto, cioè la funzionalità rispetto ad un modello, sia di fatto quello cruciale e credo che sia un’occasione la cui importanza dovrebbe essere evidente a tutti. Poi naturalmente ognuno farà le sue scelte di campo e ci saranno anche evidentemente le strutture aggregative che dovranno trovare i compromessi. Va tutto bene però, ancora una volta, qualunque compromesso è chiaro ed è più accettabile se esiste una dimensione modellistica che ne spieghi le ragioni e indichi i passi successivi di un discorso di affinamento poiché qualunque modello non può essere definitivo. È chiaramente una definizione di campo e una scelta di priorità ipotetica ma è anche provvisoria, è una tappa di un percorso di crescita. Quanto più sono espliciti i criteri che sottostanno a queste scelte tanto più il percorso di crescita porterà da qualche parte.
Rielaborazione di Loredana Fasciolo, Redazione Valore Scuola, su trascrizione dell’intervento del prof. Piero Romei al Convegno "Identità e deontologia dei docenti nella scuola pubblica e nella società della conoscenza"
|